Mostra Intrecci

Passato e presente della cesteria nelle Terre di Mezzo del Parco Nazionale Val Grande

Mostra Intrecci esposta a Santa Maria Maggiore

Ogni cesto costruito dalle mani artigiane de La Lencistra richiama una storia, e le lencistre intrecciano con sé l’identità e la cultura di un territorio: quello delle terre di mezzo. Decine di paesi di mezza quota, abitati da comunità che, pur lottando contro le difficoltà della vita in montagna, basano sulla consapevolezza del proprio passato la costruzione di un nuovo futuro.

Nella Mostra “Intrecci. Passato e presente della cesteria nelle Terre di Mezzo”, la cesteria è il fil rouge che accompagna le ricerche sulla vita nel passato e nel presente nelle terre di Mezzo della Valle Intrasca e dell’Ossola. In essa dodici tipologie di cesti vengono esposte e accompagnate da immagini storiche e testimonianze orali, in un viaggio nel tempo che ripercorre alcune scene di vita, ormai appartenenti solo al passato, nei paesi montani del Verbano Cusio Ossola. Queste sono accompagnate da altrettante immagini fotografiche, realizzate da Susy Mezzanotte, che ritraggono gli stessi cesti esposti in situazioni gioiose e insolite all’interno di luoghi significativi delle Terre di Mezzo.

La mostra “Intrecci. Passato e presente della cesteria nelle Terre di Mezzo” è stata realizzata all’interno del progetto Comuniterrae. Narrazioni patrimoniali e identitarie nelle Terre di Mezzo, promosso da Parco Nazionale Val Grande e Associazione Ars.Uni.Vco, con il contributo di Fondazione Comunitaria del VCO.

La mostra può essere richiesta all’Associazione La Lencistra scrivendo una mail a info@lalencistra.it

Lasciatevi guidare virtualmente dagli intrecci di passato e presente, di immagini e storie, di materia e immateriale (scaricate qui la brochure). Perché spesso anche un semplice oggetto ha tanto da raccontare

Un tempo vi era l’obbligo di fare il bucato ai lavatoi, era proibito lavare in casa per non consumare troppo l’acqua del serbatoio. Inizialmente si lavava in pozze naturali formate lungo i ruscelli, dove l’acqua era più limpida, poi se ne costruirono in vari punti all’interno dei paesi: i panni erano troppo pesanti per poterli trasportare lontano da casa. Il lunedì di solito era pieno di gente, giorno ottimo per i pettegolezzi, ma negli altri giorni l’acqua era più pulita. Si lavava la tela in ginocchio, poi si stendeva al sole per sbiancarla. Quando la tela era nuova, il sole piano piano la schiariva e la rendeva color avorio.

[Graziella Caretti, Caprezzo]

Noi la chiamiamo Cà Vegia: è un’antica cucina di una casa di origini tardo-medioevali che fino a qualche anno fa conservava al suo interno vecchi oggetti tutti costruiti a mano. Per noi è ricca di significato: la Cà Vegia vuol dire ricordi, tradizioni, fatiche e lavoro dei nostri avi. Non vogliamo che questi scompaiano nemmeno in futuro, quando la casa verrà recuperata per accogliere i visitatori: l’innovazione dovrà rispettare le caratteristiche del luogo e soprattutto la sua semplicità.

[Laura Delloro e Annalisa Neretti, Colloro – Premosello Chiovenda]

Per me il circolo di Genestredo é il simbolo più vivo e intimo della mia infanzia. Finalmente, arrivato il mese di agosto, i due gestori aprivano tutti i giorni, e io e mio fratello eravamo i piccoli clienti fissi che dopo cena correvano tra le viuzze di Genestredo fino al circolo a prendere il gelato. In quelle occasioni, ricordo il clima che si respirava: festa, amicizia e grandi partite di carte e bocce. Un signore una volta mi disse che avrei dovuto imparare ad avvicinarmi meglio al boccino prima di saper leggere e scrivere. Tuttora i pranzi e le cene, che tra amici si organizzano al circolo, rimangono un punto di ritrovo sentito e conviviale, dove si mangia e si beve tutti insieme, brindando al passato e alla tradizione che resta tuttora un punto forte di quel luogo, circondato dalla vigna e da un enorme e antico glicine.

[Valentina Beltrami, Vogogna]

In occasione dei matrimoni era comune in passato l’usanza detta a Cossogno sciüpiscie, così antica da essere citata in parecchi statuti medioevali del Verbano e dell’Ossola. Per rendere difficoltoso agli sposi il percorso verso la chiesa, come simbolo delle asprezze della vita coniugale, la strada veniva sbarrata con rami, pali, rovi, attrezzi da lavoro, oggetti domestici e anche culle con bambolotti, a raffigurare i futuri figli. In questa foto del matrimonio dei nostri genitori si nota il tradizionale cesto della sposa, addobbato con fiori bianchi, che poi nostra madre conservò per tutta la vita a ricordo di quel giorno felice. 

[Fabio e Mirella Copiatti, Cossogno]

Lo stesso cesto dei matrimoni veniva utilizzato anche durante la processione del Corpus Domini, riempito di petali di rose, che le bambine, vestite con l’abito della prima Comunione, spargevano davanti al baldacchino con il Santissimo durante la processione per le vie del paese.

[Lilia Massera, Cossogno]

Ogni Comune hai il suo abito tradizionale delle feste, ma il nostro costume è uno dei più allegri e colorati: dicono che quando arriviamo noi c’è aria di primavera. L’elemento più particolare è il cappello, che è fatto in paglia di Firenze, a trama fitta, riccamente adornato. L’abito della festa viene spesso tramandato di madre in figlia e possedere un abito, e soprattutto un cappello, è un vanto per molte donne di Miazzina. Per noi, il nostro abito rappresenta un elemento unificante: infatti, nonostante i due “luoghi” che costituiscono il paese risentano ancora delle rivalità che perdurarono per molti anni, quando le donne del paese indossano con molto orgoglio il loro abito tutto il paese si stringe attorno a questo elemento caratteristico e si mostra compatto.

[Donatella Nebuloni, Miazzina]

Coltivare la vigna è stata una lezione di pazienza, umiltà e amore. Ho incominciato chiedendo agli anziani contadini locali di insegnarmi la tecnica. Non è stato semplice. Provenivo dalla città e i vigneti che circondavano l’antica casa di famiglia erano sempre stati solo il bel paesaggio dei giochi d’infanzia. Ho continuato con dedizione, tra errori e testardaggine, finché il gesto della potatura è diventato naturale. Allora ho scoperto con stupore che questo mondo mi era entrato dentro. Mi apparteneva ed io a lui. Senza rendermi conto avevo chiuso il cerchio. Il luogo scelto dai nonni per fuggire alle leggi razziali, il luogo del cuore a cui si tornava ogni estate per ubriacarsi di uva e di sole, riceveva a sua volta protezione e cure amorevoli.

[Simona Silvestris, Trontano]

L’Asilo Infantile di Cosa di Trontano venne inaugurato nel 1922, in un edificio costruito per iniziativa della popolazione che per anni si era prodigata per raccogliere i fondi necessari.Ho frequentato l’asilo negli anni ’30 del Novecento. Ricordo che mia mamma metteva nel cesc-tin d’la asilo un uovo sodo o un pezzo di formaggio con una fetta di pane e una bella poma rossa. Che gioia la gradita sorpresa di un pezzo di pane con le noci e le mele spolverate di zucchero! Ma questo accadeva raramente. Il nostro pasto prevedeva anche un piatto di minestra preparato dalle “maestre”, giovani donne del paese che si occupavano dei bambini. Ancora oggi il ricordo dell’asilo è associato all’odore di minestra che ci avvolgeva ogni giorno.

[Renato Borri, Cosa di Trontano]

L’usanza di preparare il pane da parte della comunità di Cuzzego e di portarlo a Cardezza il 16 gennaio, per essere benedetto e distribuito il giorno dopo, affonda le sue radici nelle vicende secolari del piccolo oratorio di Cuzzego, fatto costruire dai cardezzesi. Per ringraziamento, in passato, nel periodo natalizio, alcune donne facevano il giro di Cuzzego a raccogliere i cereali offerti dalle famiglie del paese, che venivano poi macinati al mulino di Carale. La mattina della vigilia di S. Antonio le pagnotte venivano sfornate e portate all’oratorio di Cuzzego per essere tagliate a pezzi e riposte nelle gerle. Ancora oggi, nel pomeriggio, in pellegrinaggio, il pane viene trasportato a spalle, lungo la mulattiera oggi chiamata Via del Pane, fino a Cardezza dove come primo atto si offrono otto pagnotte ai cardezzesi. Il 17 gennaio il pane viene benedetto nell’oratorio di S. Fermo e viene distribuito ai fedeli in uscita dalla messa.

Ul cavagn era soprattutto utilizzato per le raccolte giornaliere dell’orto oppure al momento della raccolta della frutta dalle piante. Quanto messo nel cavagn, una volta riempito, veniva poi versato in lä sferä  e trasportato a casa. Molto spesso i trasporti erano fatti dalle donne che, durante il tragitto, a volte facevano anche la calza! Altri tipi di cavagn erano usati dagli sposi per distribuire i confetti, oppure alcuni, senza manico, servivano per raccogliere tutto il materiale per cucire e rammendare; a Pasqua se ne usavano in chiesa per mettere dentro i prodotti che la gente offriva durante la benedizione delle case: salame, pezzi di formaggio, uova. A casa ne conservo ancora uno che realizzò mio nonno nel 1914 per la mia mamma che doveva andare in prima elementare: era la sua cartella dove metteva il libro e i quaderni, la penna con l’asciugapennino e la matita. 

[Graziella Caretti, Caprezzo]

L’erba dei corti più alti veniva tagliata a mano, con la ranza, trasportata con lo sciuerùn e raccolta in grossi mucchi, per farla asciugare e poi seccare. Il mucchio di fieno, detto meda, veniva posto su un terreno scosceso: il fieno veniva accumulato e compresso attorno ad un palo di legno conficcato nel terreno. Ogni famiglia si occupava di tagliare il proprio appezzamento e, alla fine del taglio, i versanti di Archia e del Pian Vadà erano coperti di mede, disposte a poca distanza le une dalle altre. A Biogna il fieno veniva fatto due volte, a giugno e a settembre, e veniva utilizzato per sfamare le mucche direttamente all’alpe. Per accumulare il fieno anche nei mesi invernali, alcuni uomini della famiglia tornavano alcuni giorni a Cambiasca, per tagliare l’erba dei prati attorno al paese.

[Maria Borella, Cambiasca]

La storia e il funzionamento della peschiera di Pogallo me la raccontò Silvio Mufatti, pescatore classe 1921. Utilizzata come vivaio da alpigiani e boscaioli della Val Pogallo, la peschiera era un piccolo bacino alimentato dal suo interno da una sorgente; il livello dell’acqua veniva regolato da due chiusini in ferro. Gli adulti di trota fario venivano catturati a settembre nel vicino rio Pogallino, impiegando particolari reti chiamate tremàcc; due persone spaventavano le trote che finivano nelle reti posizionate sul lato opposto della pozza, quindi trasportate con un secchio alla peschiera dove erano stati preparati i letti di frega portando secchi di sabbia. Mettevano circa 20 femmine e 10 maschi che si riproducevano naturalmente. Dopo la schiusa delle uova gli alpigiani mangiavano le trote adulte e lasciavano crescere gli avanotti fino alla primavera per poi trasportarli e rilasciarli nei torrenti della Val Pogallo. La peschiera è rimasta in uso fino alla seconda guerra mondiale.

[Onorino Poscia, San Bernadino Verbano]

Da giovane imparai a intrecciare cesti di salice “cucito”, molto diversi dalle tipologie tradizionali del territorio, costruiti con una tessitura così fine che se li si riempiva d’acqua non ne usciva nemmeno una goccia. La tecnica me la insegnò un mio omonimo di 63 anni più grande di me, nato ad Aurano il 26 maggio 1871 e allora residente in località Piano d’Aurano, morto nel 1956; l’anziano Luigi di mestiere era falegname ma gestiva anche un mulino: qui la mia nonna si recava in primavera portando in spalla le poche decine di chili di segale che coltivava a Esio, per farla macinare. Tra di noi nacque subito una simpatia: Luigi, il falegname, insegnò a me a costruire i cesti, secondo quella tecnica che aveva a sua volta imparato dal figlio maggiore, Donato, che era stato in prigione in qualche zona d’Italia. Io in cambio lo aiutavo ogni primavera a reperire il salice, scambiando con lui, per qualche anno, materiali e saperi.

[Luigi Caretti, Premeno]